A quarant’anni dal sisma, il messaggio dell’arcivescovo Cascio – IL CIRIACO

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*Pasquale Cascio

Nel quarantennale del sisma del 23 novembre 1980, si accende in modo particolare la memoria collettiva, che è, in questo caso, più del solito, la memoria del popolo che ha continuato ad abitare con coraggio questi territori. La Chiesa è il popolo di Dio, per cui fa memoria con la sua gente, sicura che questa memoria è abitata dal Signore risorto. Il ricordo innanzitutto riaccende i sentimenti, mai spenti sotto la brace della storia che continua; si rivive il dolore per quanti persero la vita in quel tragico evento, si associa la paura alle paure, susseguenti negli anni, fino a quella che stiamo vivendo in questa emergenza del Covid-19.

La memoria del sisma è ormai storia, non si può affrontare con la polemica della cronaca, bisogna mettersi alla scuola della storia, magistra vitae. Cosa possiamo imparare? Suggerisco alcuni spunti per “unità didattiche” da sviluppare. Innanzitutto la storia ci insegna l’imprevedibilità delle forze della natura e delle malattie, noi possiamo affrontare, controllare, risolvere ma non prevedere in maniera certa il come, il quando, il dove. Perciò la società civile e la comunità ecclesiale devono essere pronte con energie, progetti e fondi economici di riserva: il 23 novembre segnò la nascita della Protezione Civile e riconfigurò la stessa struttura di Caritas italiana. Poi insegna la solidarietà nel momento della prova e nei tentativi di rinascita: questo è stato sperimentato a tutti i livelli e in tutte le direzioni durante il sisma e negli anni seguenti. Infine è necessario un coordinamento tra lo Stato centrale e i territori: lo Stato ci ha aiutato tanto, ma ognuno ha preso senza confrontarsi e senza progettare insieme una società in continuità con la sua storia, che non fosse abbagliata dalla profusione di denaro e di fondi pubblici.

I quarant’anni ci allontanano dall’evento e tante scelte ecclesiali, civili e politiche sono state fatte in questi anni; ci sentivamo minacciati dalla desertificazione, ora nell’isolamento forzato immaginiamo come progettare questi luoghi in oasi abitative, accoglienti per chi è già residente e desiderabili da chi vorrebbe ritornare o iniziare una nuova esperienza sociale.

La Chiesa è impegnata in prima linea non solo per accompagnare, ma anche per coinvolgersi, a partire dalle sue strutture, dai cristiani impegnati in politica, nelle amministrazioni e nell’imprenditoria, dando il suo apporto più specifico di cultura storicamente trasmessa, di speranza connaturale al suo essere e di solidarietà e carità, come unica legge che la contraddistingue.

La Chiesa semina speranza per sua natura in quanto testimone del Risorto. Seguendo l’immagine di Peguy, come la speranza porta per mano la fede e la carità, così è necessario, in questa realtà aggredita, camminare uniti, mano nella mano: essa non muore finché c’è una mano amica. La Chiesa deve offrire non solo gesti di speranza, ma presentarsi sul territorio come la comunità della speranza, capace sempre di infonderla, non per virtù propria ma per l’energia e la ricchezza del suo Capo: Gesù Cristo.

 

*Arcivescovo diocesi di Sant’Angelo dei Lombardi



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