Intervista a Manuel Bortuzzo: come trovare la forza per ricominciare

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C’è il numero 12 tatuato sulla schiena di Manuel Bortuzzo: sono i millimetri che mancavano a quel proiettile, sparato da due delinquenti che avevano scambiato il nuotatore per un’altra persona nella notte del 3 febbraio 2019, per colpire l’aorta addominale.

Manuel era una delle promesse del nuoto italiano. «Sono stato fortunato: in quel caso avrei avuto solo 90 secondi di vita», ci racconta. Sprizza voglia di vivere da tutti i pori e una visione del “bicchiere sempre mezzo pieno”, questo ragazzo di 22 anni con la saggezza di un uomo sopravvissuto alla tempesta perfetta e che lotta per il suo futuro con il sorriso sulle labbra e una tenacia da Olimpiadi. 

Da quel giorno è iniziato un lungo percorso di rinascita che lo ha riportato in piscina, a solo un mese dall’accaduto, e in tv, ospite di molte trasmissioni. Lo abbiamo intervistato prima della sua partecipazione alla sesta edizione del Grande Fratello Vip, sul palco di Lesignano Respira Cultura, il festival ideato dal sindaco di Lesignano De’ Bagni (Parma), Sabrina Alberini. Da dove ha voluto mandare ai lettori di Starbene un suo messaggio personale di ottimismo e forza. 

Eri a terra e non hai chiesto aiuto, hai detto ti amo alla tua fidanzata

Il primo pensiero è stato: hai poco tempo da vivere e non le hai ancora detto quanto la ami. Fallo subito, prima che sia troppo tardi!

L’amore è così importante?

Sì, ma non intendo solo quello verso la propria partner, ma anche per i propri genitori (come testimoniano alcuni suoi tatuaggi, ndr), i fratelli (ne ha tre: uno più piccolo, nuotatore come lui, è la sua ombra, e poi le due sorelle più grandi, ndr), gli amici e per qualsiasi cosa ti renda felice, ti faccia provare grandi emozioni, come per me è lo sport.

Cosa ricordi di quella sera?

A parte il momento del colpo, ricordo il mio ultimo ballo. Suonavano I migliori anni della nostra vita, una canzone che sembra un messaggio del destino. E poi la mente si è riaccesa in ospedale: il primo viso che ho visto è stato quello di mia madre. Mi ha dato tanta sicurezza e mi sono detto: “è tutto finito”.

Credi nel destino?

Sì. Nel bene e nel male, più nel bene (sorride, lo fa spesso, ndr). Ora che mi fai questa domanda mi viene in mente che io sono nato intorno alle 2 di notte e mi hanno sparato alla stessa ora. Un significato nei numeri c’è. Non può essere solo casualità. Ma nella sfortuna sono stato fortunato.

Il destino si può cambiare?

Ci credo tutti i giorni: io voglio ricominciare a gareggiare e a camminare. Lavoro costantemente per questo e spero che la lesione midollare, non essendo completa, possa in un futuro essere “recuperata”. Certo, all’inizio pensi “perché proprio a me”, ma poi reagisci.
Anche perché quello che è successo a me può succedere a chiunque. Riflettevo su questo tema e pensavo ad Alex Zanardi, che ho avuto il piacere di conoscere: nella mente della gente, un conto è pensare a un pilota che rischia la vita tutti i giorni, un conto è una situazione come quella accaduta a me, per strada.

Ripeti sempre: sono più forte di prima. Lo senti davvero?

Credo che le difficoltà della vita ti diano anche delle opportunità nuove. Dopo un incidente o un’avversità, bisogna subito “rimontare a cavallo” e riprovarci: per me la prova più grande del day after è stato tornare in piscina. La mia Olimpiade è tornare a camminare.

Il tuo ritorno in acqua: è stato difficile?

È successo circa un mese dopo ed è stata la cosa più difficile, non mi vergogno a confessarlo. Tutti che mi dicevano: allora quando torni in piscina, ce l’hai lì a portata di mano… E io prendevo tempo. Avevo paura di non saper più nuotare, di essere tornato alla mia prima volta in acqua quando avevo 3 anni. Quando ho visto quell’azzurro diviso in corsie ho pianto. Oddio, mi sono detto, adesso le emozioni mi travolgeranno. Galleggerò? Come faccio a entrare in acqua? Riuscirò a nuotare senza usare le gambe? Che effetto mi farà vedere gli altri atleti che nuotano nelle corsie di fianco?
Sembrano domande stupide ma nelle mie condizioni te le fai. È stata veramente la lotta fra paura e voler nuotare di nuovo: pensa che avevo ancora le cicatrici sulla schiena non rimarginate del tutto, ma poi ho trovato un gel protettivo e sono partito per l’avventura della mia nuova vita.

Nella tua nuova vita due esperienze importanti: un libro e il pianoforte. 

Ho scritto per Rizzoli Rinascere. L’anno in cui ho ricominciato a vivere, ed è stata una bella esperienza. Scrivevo di getto, senza rileggere e badare ai refusi correggendoli subito. È stato liberatorio, ed è un esercizio psicologico che suggerisco a tutte le persone nei momenti di difficoltà: scrivete, non importa quando, come e dove, ma fatelo!
Scrivendo, mi sono accorto che non sono cambiato dopo l’incidente, sono rimasto quello che ero
. Essere se stessi anche dopo questi eventi è fondamentale per ripartire bene. Prima di questa intervista sono stato fermato da una persona con dei problemi di salute che era preoccupata anche di come doveva “sembrare” agli altri. Gli ho spiegato che non dobbiamo sembrare, dobbiamo essere, altrimenti il peso di quello che è successo non se ne va.

E il pianoforte? Mica facile.

Ci vuole volontà, dedizione e tanto esercizio quotidiano. Ho iniziato da autodidatta perché volevo suonare River flows in you del compositore sudcoreano Yiruma, ma con le lezioni ho dovuto anche qui ricominciare da zero, un po’ come nello sport quando prendi un’impostazione sbagliata. La vita è spesso un ricominciare.

Ma la tua giornata com’è?

Mi alzo al mattino presto. Esercizi, fisioterapia e colazione con papà. Poi in piscina, al Centro sportivo della Polizia a Roma. Allenamento, pranzo con gli altri atleti e poi dipende dagli eventi ai quali devo partecipare: in tv, alle cerimonie, mi hanno coinvolto persino in un film.

Sei parte del docu-film di Raoul Bova “Ultima gara”: che cosa hai provato?

Raoul è ormai uno zio. Ci siamo visti per la prima volta in ospedale dove mi è venuto a trovare e mi ha raccontato di questo progetto, di voler raccontare la mia storia e del nuoto come metafora della vita, un inno all’amicizia e alla voglia di non arrendersi, come potevo non essere entusiasta di partecipare, in compagnia di tre azzurri del nuoto come Rosolino, Magnini e Brembilla.

Andrai, come si sussurra, al Grande Fratello Vip?

Mi piacerebbe, perché voglio far vedere alla gente come si vive una giornata in carrozzina. Le persone non pensano abbastanza ai disabili, ma non è un’accusa: devi viverla questa condizione tutti i giorni, anche come familiare o caregiver per capire. Non solo per le grandi difficoltà. Al bar sotto casa mia, quando sono tornato, continuavano a invitarmi per un caffè: a un certo punto ho risposto “ma come faccio a entrare da voi, c’è il gradino!”. Ed ecco apparire come per incanto una semplice pedana in legno! A volte basta poco.

Quali sono i problemi quotidiani dei disabili?

Le città non sono ancora e sempre a nostra misura. Capisco che spesso è difficile fare delle migliorie strutturali, ma almeno nelle nuove costruzioni bisogna pensare a tutti. Mi arrabbio anche quando vedo che per andare in vacanza un disabile deve fare una ricerca, spesso difficile, per trovare un posto attrezzato. Ecco perché mi impegno in prima persona.

I suoi due angeli custodi

Fra i suoi primi tatuaggi dopo l’intervento, il numero 12, che rappresenta i millimetri che mancavano perché il proiettile raggiungesse l’aorta addominale, uccidendolo, e due grandi angeli. «Sono mia madre e mio padre, i miei due angeli custodi», racconta Manuel Bortuzzo. «La mamma mi è stata a fianco fin dalla prima ora in ospedale, papà vive con me e mi segue in tutte le manifestazioni nelle quali sono coinvolto e in tutti i miei progressi fisici e sportivi». Di tattoo ne ha molti e complessi: «Sono una forma espressiva e artistica molto forte e bellissima, che parla di me», replica Manuel.

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