Covid-19 e isolamento, cosa fare

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Come comportarsi quando un membro della famiglia si ammala di Covid-19 ed è costretto all’isolamento? A spiegare come riorganizzare la casa e la routine quotidiana è la dottoressa Susanna Esposito, pediatra, infettivologa, professore ordinario di pediatria all’Università di Parma e, presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (Waidid).

Cucina, zona off limits

«Chi è positivo al Covid-19 deve stare isolato nella sua stanza e ben alla larga dalla cucina: non deve entrarci né per preparare il cibo né per consumarlo», spiega l’esperta. «Mangiare distanziati o a turni è sbagliato, perché quando togliamo la mascherina il virus si diffonde nell’ambiente, soprattutto se chiuso, restando per alcune ore vivo sulle superficila. Insomma, la probabilità di contagio aumenta in modo esponenziale».

La soluzione migliore è che i positivi restino isolati in camera. Sarà un familiare senza il Covid-19 a preparare per loro i pasti, che lascerà davanti alla porta della stanza: poi andrà con i guanti a riprendere il vassoio vuoto (che verrà lasciato sempre fuori dalla camera).

E per quanto riguarda il menù? «La prima regola è la corretta idratazione, soprattutto se i malati hanno febbre, vomito o diarrea». Poi via libera alla classica dieta mediterranea con frutta e verdura per garantire vitamine, minerali e altre sostanze antinfiammatorie naturali. Terminato il pasto, piatti, posate e bicchieri potranno finire tutti insieme in lavastoviglie, preferendo programmi che prevedono temperature più elevate, mentre i rifiuti vanno buttati nell’indifferenziata.

In camera da letto

Scende la notte ma la storia non cambia: chi è positivo al Covid-19  non può condividere il letto con chi è “sano”, ma deve dormire rigorosamente separato in un’altra stanza. «Le persone positive devono evitare ogni forma di contatto con gli altri, inclusi abbracci e carezze. È importantissimo che l’isolamento venga fatto correttamente, perché i dati ci dicono che l’80% dei contagi avviene proprio in ambito domestico», spiega l’esperta. Studi scientifici dimostrano, inoltre, che i conviventi hanno una probabilità sei volte maggiore di infettarsi rispetto agli altri contatti stretti: tra le persone più a rischio ci sono proprio i coniugi dei positivi.

Il bagno

Se l’appartamento è dotato di due bagni, uno dovrebbe essere usato esclusivamente da chi è positivo al Covid-19. «Nelle case dove c’è soltanto un bagno, il rischio di contagio è molto più elevato: per questo bisogna pulire sanificando le superfici e i servizi igienici dopo ogni utilizzo», spiega l’infettivologa. Secondo le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, si può usare un normale disinfettante domestico, prodotti a base di cloro (candeggina) alla concentrazione di 0,5% di cloro attivo oppure alcol al 70%.

Arieggiare gli ambienti

Riguardo alle pulizie di casa, «la prima regola è arieggiare bene i locali, per ridurre la presenza delle particelle virali», sottolinea la professoressa Esposito. Se le condizioni di salute lo permettono, dovrebbe essere lo stesso paziente in quarantena a occuparsi di rassettare la propria stanza.

«Se invece ha bisogno di assistenza, chi entra in camera deve indossare correttamente una mascherina Ffp2, doppi guanti, un visore per proteggere gli occhi e indumenti protettivi». Fazzoletti, guanti, mascherine e altri rifiuti prodotti dai soggetti positivi devono essere buttati in contenitori con apertura a pedale dotati di doppio sacchetto. «Lenzuola, vestiti e asciugamani, maneggiati sempre con guanti e mascherina, possono essere lavati insieme al bucato del resto della famiglia in lavatrice, usando un normale detersivo a 60°-90 °C», assicura l’esperta.

No allo scambio di device

Meglio non prestare il proprio cellulare o tablet a un familiare in isolamento: «Bisogna evitare lo scambio diretto di oggetti con i positivi: il rischio di contagio è molto alto, non basta passare un po’ di alcol», ammonisce la professoressa.

Saturimetro: che cos’è e a che cosa serve

Durante la quarantena o l’isolamento a casa il paziente dovrebbe utilizzare periodicamente un saturimetro. «Serve a misurare la quantità di ossigeno nel sangue e la frequenza cardiaca», specifica la dottoressa Esposito.

«È utile per i positivi di età adulta, che più spesso rispetto ai bambini manifestano difficoltà respiratoria e ipossia a causa del virus SarsCoV2. La saturazione di ossigeno deve essere superiore al 93-95%: quando il valore scende sotto questa soglia, bisogna allertare il medico».

Se tutto va bene, i pazienti asintomatici dovranno fare il tampone di controllo a distanza di dieci giorni dal primo test positivo. Chi invece ha avuto problemi di salute, come tosse o febbre, potrà farlo dopo almeno dieci giorni dalla comparsa dei sintomi, e solo se saranno passati da almeno tre giorni.

No alle cure fai da te

È l’imperativo per le persone che si trovano in isolamento a causa del Covid-19. Infatti, è il medico che deve prescrivere i farmaci in base alle condizioni di salute del paziente. «Non c’è una ricetta valida per tutti, ma soprattutto non c’è una terapia per curare il Coronavirus. Esiste un trattamento per quei sintomi che il Covid-19 condivide con l’influenza o con le malattie da raffreddamento», puntualizza il dottor Carlo Gargiulo, medico di famiglia a Roma.

«Se il paziente è asintomatico, per esempio, si verifica la classica situazione in cui la persona è infetta ma non malata, quindi non si ricorre ai medicinali. In caso di febbre superiore ai 38 °C, dolori muscolari e articolari, già prima del tampone vengono prescritti Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) o paracetamolo. Io personalmente utilizzo quest’ultimo: 1 g fino a 3 volte al giorno.

«Se 5 giorni dopo l’esito positivo del tampone il paziente lamenta ancora una sintomatologia marcata, sostituisco il paracetamolo con il cortisone e, in caso di paziente allettato, eparina. Il primo agisce da antinfiammatorio: prednisone 25 mg per 5-6 giorni, una volta al dì, la mattina a stomaco pieno. Quindi abbasso le quantità: mezza dose per due giorni, che scende a un quarto per altri due giorni e poi lo tolgo completamente. La seconda, invece, torna utile sia perché il paziente immobilizzato” è a rischio trombosi sia perché il Covid favorisce i fenomeni trombotici. Nel caso, uso una fiala da 4000 unità, una volta al giorno, per 7-10 giorni. Se la situazione tende a complicarsi e la saturazione scende sotto il 90%, si può valutare la prescrizione di una bombola d’ossigeno a domicilio per 24-36 ore, ma se il paziente non dovesse migliorare occorre chiamare il 118 o il 112, a seconda delle regioni», spiega il medico.

E per quanto riguarda gli antibiotici? «Il loro utilizzo non ha un razionale sicuro, quindi direi che non sono raccomandati. Il problema è dovuto a un virus, di conseguenza l’antibiotico non serve. Inoltre, chi è affetto da Covid-19 difficilmente può avere una sovrainfezione batterica», continua il dottor Gargiulo.

Infine, no all’uso dell’idrossiclorochina, farmaco antimalarico usato anche per artrite reumatoide e lupus eritematoso sistemico: «Ormai la sua efficacia è stata completamente smentita e i lavori scientifici ne dimostrano l’inutilità. Inoltre, potrebbe essere tossica per i reni», conclude l’esperto.

gennaio 2020

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